La taverna di Brest

copertina tdb.gr

 

 

 

 

 

 

 

La taverna di Brest (Edizioni Arca, Torino 2014)
disegni di Alberto Valente ispirati dalla raccolta poetica di Salvatore Smedile (La taverna di Brest, Edizioni ETS, Pisa 2005)

https://urdiario.wordpress.com/2014/01/08/la-taverna-di-brest/

https://urdiario.wordpress.com/2014/01/10/la-taverna-di-brest-1/

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https://urdiario.wordpress.com/2014/01/25/la-taverna-di-brest-4/

https://urdiario.wordpress.com/2014/01/30/la-taverna-di-brest-5/

Del silenzio

Il punto di partenza è stato un libro del 2005. Durante la fase di correzione delle bozze il curatore della collana chiede all’autore se riesce a immaginare le cinquanta poesie in forma di racconto. Dopo qualche giorno di riflessione, la decisione di mantenere la cadenza in versi.
Il dilemma, però, non ha mai smesso di interrogare perché il racconto era ed è un’alternativa possibile. Quello che è accaduto in seguito ha confermato che non esiste una sola via, una sola destinazione. Ogni frammento, ogni parte si ricompone in un’incessante ricombinazione. Come in un mosaico, le parti della taverna di Brest formano un disegno più complesso dove ogni quadro è un micro racconto chiuso e allo stesso tempo aperto.
Nulla si compie mai definitivamente. Il tormento è continuare a vedere altro e non riuscire a nominarlo. Se c’è una Finisterre è una convenzione con cui dare un nome allo stato delle cose. Chi si trova in mare in balia di un’eterna nostalgia non aspetta che di tornare a casa, sulla terraferma, per poi voler nuovamente riprendere la via mare.
La vita non è soltanto quella dei giorni che ci vedono invecchiare e arrenderci alle piccole insignificanze quotidiane. Scrivere di una cosa è in qualche modo congelarla, sospenderla, fingere che le sue sembianze non siano in mutamento continuo. Le immagini della taverna sono l’intimo e ossessivo desiderio di fissare un che di definitivo al pari di un graffito rupestre, di una runa.
Riunire in questo nuovo volume le parole e i disegni della taverna significa condensare dieci anni di tentativi, prove, segni, mostre, performances, sceneggiature per un ipotetico film. Ma anche tutti i lavori paralleli di urzene, le produzioni teatrali, i processi formativi, i viaggi, gli incontri. Raccontare la taverna è lasciarsi guidare dalle fluidità e dalle assonanze che rivelano grumi nei quali il tempo si ferma per farci capire. Consapevoli dell’impossibilità di rispondere alla domanda che cosa essa sia abbiamo trovato una via d’uscita stratificando gli ultiminostri lavori su più piani. La graphic poetry e tutte le altre ispirazioni, le varie forme con cui si manifesta un’idea non sono speculari o complementari e insieme creano dei rapporti che rimandano ad altro. Ogni parte è strettamente connessa e, al contempo, distante, autonoma.
Per povertà di termini, per comodità, chiamiamo storia ciò che cercavamo, nell’alternanza alchemica di un solve et coagula che innesca, nella successione dei segni, un continuum estetico refrattario alla didascalia. Il doppio, il femminile, la taverna come dimora che è antro, utero, donna. La memoria, il mare fisico e metafisico, il vino coi suoi riferimenti al sangue, alla passione per Melville e le sue balene. Il tempo che divora se stesso, la ciclicità dell’eterno, il suo incontro-scontro con i tormenti del quotidiano, un altrove con cui convivere: come farli stare tutti in una successione di eventi, di disegni?
Ancora, complicandosi ulteriormente i discorsi, come creare delle tavole che, mantenendo il principio di autonomia, possano stare al fianco o intercambiarsi con ogni singola poesia?
Il risultato sono queste immagini con un unico personaggio femminile che ha il compito di danzare le memorie di un non luogo. Una geografia composta da una moltitudine di bottiglie a rappresentare figure che non corrono, vite sepolte nella sabbia, memorie rimosse, amori dimenticati, battaglie perse col vino dei rimorsi. Sono stati anni di tentativi abbandonati e poi ripresi in rimbalzi continui ed estenuanti tra scena e segno in cui abbiamo cercato di tradurre in teatro ciò che doveva rimanere poesia.
In queste cinquanta tavole è emerso il bisogno di far nascere e morire un dramma in poche pagine, di concentrare il tutto in un tempo quasi eterno, sospeso, dilatato e insieme coagulato in poche battute. Trasfigurato in una storia più grande, divorata dal mistero e racchiusa in un bicchiere, nell’eterno rifluire di un micro e macro divenire. Come lo zoom di una macchina da presa, l’occhio entra nella taverna e mostra una storia che si frange e inghiotte sé stessa.
Ma c’è altro. Le notti trascorse a cercare la fluidità delle linee e dei corpi sono state una lunga sfida costata anni, carta e frustrazione per la fatica di tradurre le parole in segni, in qualcosa che potesse avvicinarsi a una Bretagna sognata. Non è semplice rendere il desiderio del ritorno che non si placa nel viaggio, le onde rabbiose di un destino che pare sempre avverso anche quando l’onda è calma, la terra e le speranze di chi ha scelto il mare come patria in un continuo andarsene.
L’aspirazione è giungere più in là, nello spazio dove segni e parole si dissolvono, dove la lingua del silenzio può essere parlata e compresa.
Difficile non subire la liquidità di questi tempi, il suo continuo dissolvere certezze. Spaesante per chi cerca nel segno o nella parola un modo per fissare idee, fermare il tempo, nella inconfessabile speranza che, come un buon vino, possa sviluppare in chi guarda, altri significati celati nel profondo.
Si è trattato di far maturare l’opera per individuarne lo spirito e trasferirlo su carta. Senza fretta, continuando a scavare e limare. In una sorta di atemporalità abbiamo scoperto dall’accostamento di linguaggi diversi nuovi significati, persuasi dall’idea che tutto sia contenuto nella prima poesia e forse nel titolo stesso della taverna di Brest.
Ci sono territori che possono vivere e crescere con beneficio del particolare e del generale. Perdere l’ossessione di definire ci lascia la libertà di fluire e rifluire come onde, raccogliendo sulla spiaggia ciò che i pensieri e la vita depositano. Così, se il tempo restituirà la validità di ciò che abbiamo fatto, avremo tra le mani qualcosa che crescerà solo nell’atto dello sguardo. L’esperienza ci ha detto, come il vecchio adagio di un saggio, che la forma garantisce replicabilità.
Ci arrendiamo serenamente all’idea che sia più efficace parlare di altro piuttosto che insistere nel voler fissare qualcosa. Lo suggeriscono le lande bretoni: dare un’idea della cosa è più che la cosa. I loro ampi spazi sono geografie della mente dove essere portati per rinascere e morire nell’eterno fluire.
La taverna, lo stiamo comprendendo solo ora, è figlia di un immaginario celtico nel quale il tempo è smisurato, avanza nel futuro e raccoglie il passato unificando i suoi valori immateriali.
All’interno di una dialettica che unisce gli opposti, l’immenso e la prossimità, si aprono scenari generati da influenze e parallelismi delle successioni dei segni che la abitano.
Quale consistenza può avere un paesaggio? Fayaway, che solo a nominarla fa accadere qualcosa, è sostanza acquea che ritirandosi crea la terra, forma di un divenire quotidianamente trasportato altrove. È natura che aggrega, incorpora, annette ai suoi bisogni quello che l’uomo ha dimenticato di avere come prerogativa: il ricordo, il sogno, il racconto di quello che è stato e di quello che sarà. Come una moira ci assiste perché sa quale profezia ci attende al molo da cui, prima o poi, dobbiamo ripartire per cercare nuove esistenze.

Salvatore Smedile – Alberto Valente

Siria Capellano, interprete de "La taverna di Brest"

Siria Capellano, interprete de “La taverna di Brest”

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